Credenze, superstizioni e sortilegi
da Roma Antica: La vita sociale [Home]
La pedagogia antica aveva stabilito che per poter raddrizzare l'indole dei ragazzi più esuberanti fosse necessario il " baubau "; oppure il lupo, un grosso e affamato lupo con le fauci spalancate: il pericolo insomma di esser mangiati vivi, se si fa le bizze. I Greci avevano la Mormò, spaventosa femmina con una gamba di asino; i Romani la Lamia, che andava intorno minacciosa, facendo qua e là colazione coi bambini vivi; e ne aveva sempre uno nello stomaco.
Ma la preoccupazione di un qualche "baubau" rimaneva anche nell'età adulta a togliere la tranquillità dell'animo agli spiriti più deboli. Come si può mai aver la certezza che nel mondo dell'invisibile si aggirino divinità malefiche o anime di trapassati? che nelle tenebre non possa apparire, terrificante nella sua diafana incorporeità, uno spettro? La religione etrusca, maestra e guida della religione romana, aveva popolato di ombre di morti (lemures) certe cupe zone della vita soprannaturale, ma a Roma la gente colta non prendeva sul serio le storie sull'oltretomba, le quali trovavano un terreno adatto solo nelle povere menti di vecchie sciocche e di bambini esaltati. Ciò non ostante Lucrezio sentì il bisogno, per rassegnare gli uomini, di dare all'apparizione degli spettri una spiegazione razionale; e se Orazio considera uno dei più sicuri indizi di animo fermo il non curarsi dei lemures, dobbiamo supporre che tale fermezza non fosse così generale. Anime sperdute di gente morta vagavano anche per gli antichi nell'abbandonato mondo dei viventi a significare il loro basso amore per il corpo perduto o a far presente ai superstiti l'angoscia dell'essere insepolti. Vi erano case dove "li si sentiva", e, per quanto il padrone cercasse di tener basso il prezzo, non trovava né compratori né inquilini. Si credeva che quelle case fossero spiritate perché vi era avvenuto un delitto; l'assassino, ucciso l'ospite, ne aveva nascosto il cadavere sotto terra, defraudandolo, dopo avergli tolto la vita, anche dei giusti onori dovuti al defunto. E il morto, per protesta, si faceva vivo. Vi si udivano gemiti e rumori strani; nel buio apparivano fantasmi. L'apparizione dello spettro era talvolta accompagnata da fragore di ferro e di catene. Nessuno osava abitare tra quelle pareti maledette, e neppure avvicinarsi. C'era chi credeva al " lupo mannaro ": alcuni uomini (versipelles) avevano il potere di trasformarsi in lupi; andavano in giro come veri lupi ad assaltar gli ovili nella notte; poi riprendevano la forma umana.
Se in quelle bestiali spedizioni venivano feriti, rimaneva nell'uomo la ferita inferta al corpo del lupo. Si sussurrava che certe vecchie conoscessero l'arte di trasformarsi in uccelli; messe le ali, svolazzavano malefiche nelle tenebre. Si parlava anche di strani mostri dei mari settentrionali, mezzo uomini mezzo belve, e qualcuno diceva di averli veduti. La gente di mare temeva " l'uomo marino ", che saliva di notte sulle navi e le faceva inclinare; e, se vi si tratteneva a lungo, la nave andava a fondo. Streghe e vampiri penetravano insidiosamente nelle case dove c'era un morto per rubare il cadavere e deturpano; gli mangiavano, per esempio, il naso. Se ne dicevano tante, insomma, e anche chi non ci credeva, proprio tranquillo non si sentiva.
Alcuni dei prodigi riportati da Livio.
La maggior parte di queste sciocche credenze si infiltrarono in Roma quando cominciò l'invadenza greco-orientale, ma in modo particolare negli anni delle guerre contro i pirati; le tendenze mistiche, le pratiche magiche, le più strane superstizioni corruppero allora la naturale sanità dello spirito romano. Le pratiche magiche nel mondo romano sono antichissime, è vero; ma limitate a riti tradizionali, destinati a render propizie certe potenze oscure o a impedirne gli influssi dannosi; si scriveva, per esempio, sulle porte delle case: Arseverse (allontana il fuoco), e bastava questo a scongiurare il pericolo dell'incendio. Vi erano delle formule di incantesimo contro la grandine, contro le malattie di ogni specie, contro le scottature, e Plinio il Vecchio assicura che alcune di queste in pratica avevano avuto effetto.
Antichissime erano anche
le superstizioni, ma, in genere, avevano il carattere puramente esteriore di
un'attenzione a ciò che può esser fausto o infausto presagio; col badarvi si
poteva evitare il verificarsi di qualche brutto evento. Per esempio, nell'uscire
si inciampava sulla soglia: brutto segno, meglio quel giorno rimaner chiusi in
casa; si nominava l'incendio durante un banchetto: era un'imprudenza; ma si
rimediava con l'affrettarsi a buttare acqua sulla tavola. Cantava
un gallo durante un convito; era meglio se non cantava: o si facevano i debiti
scongiuri, o per quel giorno si smetteva di mangiare. Quando uno faceva un
brutto sogno, il risveglio era pieno di preoccupazioni. Se era avvocato
e in quel giorno doveva discutere una causa importante, chiedeva un rinvio. Ingenuità
primitive, insomma, o semplici pregiudizi che potevano suggerire in determinate
evenienze di comportarsi in un modo piuttosto che in un altro, ma non
esercitarono un vero dominio sullo spirito dei Romani. Certe paure, certe
aberranti fantasie, certe drammatiche rappresentazioni del sovrannaturale in
Roma sono tarde e non conquistarono mai se non alcuni bassi strati della
popolazione: le donnicciuole, la gente ignorante, i pusillanimi e gli sciocchi. Se poi i Greci e i Romani ci appaiono molto più superstiziosi di noi
moderni, va tenuto conto di una sostanziale differenza di atteggiamento
religioso tra le due età. La nostra religione condanna la superstizione; per
gli antichi invece la superstizione entrava correttamente nel quadro dei normali
rapporti tra l'uomo e la divinità. Non solo perché le antiche religioni sono
formalistiche e, per conseguenza, non stabiliscono un vero e proprio Credo,
non impongono cioè una rigida regola di ortodossia, né penetrano a fondo nella
coscienza del credente, ma anche per la ragione che, ritenendosi la divinità
onnisciente e disposta per sua bontà a largire agli uomini qualche minima
porzione della sua onniscienza, si pensava che infiniti fossero i mezzi coi
quali questa poteva dare avvertimenti e mettere in guardia; l'inciampare, il
canto di una cornacchia o di un gufo, un cattivo incontro, una parola
casualmente udita, un sogno infausto, un'anfora d'olio che si rovesciasse per
terra, tante altre inezie, potevano aver valore di presagio. Solo
gl'irreligiosi, escludendo ogni intervento provvidenziale della divinità nella
vita dell'uomo, negavano il presagio e irridevano le superstizioni. La forma più
alta con cui si otteneva dalla divinità la comunicazione nel nostro interesse
di un po' del suo saper tutto, era l'oracolo. Ma i modi di interrogare gli dèi
erano infiniti, e la divinità non dava solo responsi, ma anche spontanei
consigli. Se riflettiamo su questo, sembrerà più comprensibile che uomini superiori,
come Socrate e Demostene,
fossero superstiziosi, e ci spiegheremo il numero veramente infinito delle
superstizioni diffuse tra i Greci e i Romani. Era presagio di sventura se un
cane nero entrava in casa, o una serpe cadeva dal tetto nel cortile, se una
trave di casa si spaccava, se si rovesciava vino, olio, acqua; se si
incontravano muli carichi di ipposelino, erba che era ornamento dei sepolcri; se
un topo faceva un buco in un sacco di farina. Peggio
se un simulacro divino sudava sangue, se dei corvi beccavano l'immagine di un
dio, se i pesci in salamoia, messi ad arrostire, cominciavano a far guizzi come
se fossero vivi; se, per uno scherzo della natura, nasceva un cavallo con cinque
gambe, un agnello con la testa di maiale, un porco con la testa d'uomo, e se un
toro in corsa infilava le scale di un caseggiato e si fermava solo al terzo
piano. I Romani, nel loro istinto superstizioso, temevano anche il malocchio e
cercavano di stornarlo con amuleti di varia forma; evitavano di sposarsi in
certi giorni e in certi mesi; badavano a non varcare la soglia col piede
sinistro. Durante il banchetto se a un commensale cadeva in terra del cibo che
teneva in mano; il cibo doveva esser subito restituito all'incauto banchettante,
il quale doveva ben guardarsi dal ripulirlo, e anche semplicemente soffiarci
sopra. La cosa era particolarmente seria se il cibo cadeva di mano al Pontefice
durante una cena rituale: si espiava subito l'infausto presagio riponendo il
cibo sulla mensa e bruciandolo come sacrificio al Lare.
Era di cattivo augurio che a uno venisse uno starnuto proprio nel momento in cui
il cameriere gli porgeva il vassoio; l'unico rimedio era che cominciasse subito
a mangiare. Nei banchetti a cui i commensali partecipassero in numero dispari il
restare tutti zitti a un tratto preannunziava un insuccesso a ciascuno degli
intervenuti.
Il malocchio era una pratica che si attuava tramite la defissione. La
defissione era la consacrazione alle divinità infernali di un nemico.
Nelle vicende di una causa davanti ai tribunali si defiggeva, a sfogo di
odio, l'avversario, i testimoni contrari, chiunque avesse parlato in suo favore;
e persino il fascicolo delle carte processuali; si defiggeva la rivale che ti
aveva tolto il cuore del marito, il commerciante che ti aveva rovinato. Ma le
ragioni di defiggere erano tante, quante sono le cause per cui un uomo se la
prende a morte con un altro, allorché, non avendo mezzi propri di vendetta,
nella sua rabbia impotente chiede la cooperazione della divinità. Tali pratiche
spregevoli erano in uso fra gente bassa, come rivela anche il linguaggio
grammaticalmente scorretto usato nelle defessioni.
La defissione avveniva così; in una lamina di piombo si scriveva il nome del
nemico, con una formula di maledizione, " dedicando " il defisso alle
divinità infernali, e si inseriva la lamina entro un sepolcro, più raramente
in un tempio, in un pozzo, entro una sorgente d'acqua calda, di solito
fissandovela con un lungo chiodo passato attraverso la lamina. La maggior parte
di queste lamine sono infatti bucate, anche in diversi punti. In alcune lamine
si legge una lunga lista di defissi; sfilano in processione i nomi dei maledetti
elencati con precisione. Il nome dei defissi è scritto sempre con cura, per il
timore che un'indicazione poco esatta al renda inefficace; al nome del defisso
segue spesso il nome della madre, raramente il nome del padre. Precedono
il testo o segni magici, o rozzi disegni; un demone barbuto, un'idria o simboli
funebri. Alle formule imprecative si alternano parole magiche, destinate a dar
forza di necessità alla defissione; per esempio, Bescu, Berebescu, Arurara, Bazagra. Le formule della
malediziohe a volte sono semplici: " iscrivo ", " consacro
", " avvinco ", " lego "; a volte solenni e tremende:
" Consacro, seppellisco,
elimino dal cospetto degli uomini "; " bucagli là lingua...! bucagli
l'anima e la lingua! ", " Cacciatele fiere febbri in tutte le
membra!", "Uccidetele, o dèi infernali, l'anima e il cuore...!",
"Distruggetele" , "Spezzatele le ossa...!",
"Strangolatele la gola...!", "stravolgetele, stritolatele il
corpo..." e via su questo tono. Per più precisa specificazione si
consacrava agl'Inferi anche
qualche parte del corpo del defisso: la lingua di solito, o anche le mani, i
piedi, o la punta dei piedi, orecchi, narici, cervello, unghie, malleoli,
sopraccigli, polmoni; quasi sempre l'intelligenza e l'anima.
Si augurava al defisso che tutti i suoi beni gli andassero in malora: "
E se essi hanno o avranno denari, o patrimoni, o traffici, tutto diventi
inutile, si disperda, e tutto sia colpito da sventura e distrutto ".
Ma vi era anche chi utilizzava le defessioni per conquistare le grazie di una
sua amata " Arda Successa,
si senta bruciar d'amore o di desiderio per Successo! ".
L'illusione di poter fare intervenire potenze sovrannaturali nelle cose di
amore, come alleate di un cuore tradito o di una passione non corrisposta, fece
sorgere le prime pratiche di stregoneria femminile. Per attrarre a sé l'essere
amato, la donna, si trasformava in fattucchiera, tanto più ostinata nei suoi
incantamenti, quanto più si sentiva vecchia, brutta, disprezzata. La donna che
era vittima di un amore infelice ne tentava dì tutte, dai beveroni fatti
trangugiare senza parere all'uomo di cui voleva conquistare il cuore, a mezzi più
tenebrosi. Le fattucchiere facevano paura, perché riuscivano ad acquistare una
potenza sovrumana. Usavano ingredienti turpi e terribili: viscere di rana o di
rospo, piume di strige, ossa di serpenti, erbe sepolcrali, potenti veleni (erano
dette perciò anche veneficae). La potenza di quelle sciagure era tanta, che
nessuno poteva sentirsi sicuro e cercava di premunirsene in anticipo, attaccando
alla porta una barba di lupo. Perché le barbe di lupo avevano grandi virtù nei
sortilegi, sia nel renderli efficaci, sia nel renderli vani. Per chi li temeva
non c'era mezzo migliore che contrapporre barba di lupo a barba di lupo.
Un sistema di attrarre l'uomo consisteva in una specie di ruota magica, la
ruota aveva quattro raggi, e ai raggi si legava un uccellino; e si faceva girare
velocemente con una cordicella o a colpi di frusta; allora, come se un filo
invisibile collegasse la ruota all'uomo, questi si sentiva attratto
irresistibilmente, e poco dopo l'innamorata se lo vedeva capitare in casa tutto
sorridente.
A volte il sortilegio era più complicato. Si facevano dei preparativi
nefandi, nei cimiteri, violando i sepolcri per estrarne le ossa dei morti; si
ricorreva a tutti i mezzi suggeriti dalla più esperta stregoneria: formule
magiche, riti sinistri, miscele velenose e ripugnanti. Orazio, descrive la scena
di un sortilegio sull'Esquilino.
Due laide vecchie, Canidia e Sàgana,
coi piedi nudi, coi capelli sciolti, pallide in faccia di un pallone di morte e
avvolte in nere vesti, pronunziano con lugubri ululati i loro scongiuri; evocano
le ombre dei morti, scavano con le unghie la terra e la riempiono del sangue di
un'agnella nera che sbranano a morsi. La luna è soggiogata, e oscura il suo
volto luminoso abbuiandosi in una luce rossastra, infausta; cagne infernali e
serpenti accorrono alla tregenda per completare la scena. In questi sortilegi
l'operazione finale consisteva nel far liquefare al fuoco una pupattola di cera
rappresentante l'uomo amato. Canidia ha portato con sé due di queste pupattole:
una è di lana, e leva il braccio in atto imperioso di minaccia; l'altra, che è
di cera e più piccina, se ne sta in atteggiamento supplice, come chi sa di
dover morire in modo infamante. E avviene l'esecuzione. Dopo aver seppellito nel
terreno l'indispensabile barba di lupo e denti di serpente, le due vecchie
gettano sul rogo l'immagine di cera, che si liquefà e brucia con larga fiamma.
Ci avviciniamo ormai all'epilogo, e tutto sarebbe andato meravigliosamente, se
all'ultimo non intervenisse un incidente imprevisto a rendere inutili tanti
sapienti preparativi. Un rozzo simulacro di Priapo,
il dio degli orti, fatto di legno di fico, ha assistito muto alla scena, rigido
nel suo ufficio di spaventapasseri, con cattive intenzioni e con un po' di
paura. Ed ecco che sul più bello di quella diavoleria il legno si schianta in
basso con un crepitare secco ed equivoco. Scappano le due vecchie, folli di
terrore; nell'incomposta fuga a Sagana
vola via la parrucca, a Canidia la dentiera.
Inutile credo mostrare come queste pratiche assomiglino così tanto a quelle
attuate, con stessi mezzi, da certe "fattucchiere" a cui molte persone
(della stessa levatura di allora) oggi pagando, ricorrono, per identici motivi,
e con analoghi quanto scarsi risultati. E a queste analogie non manca proprio
nulla, dagli intrugli, alle bambole di cera, alle formule magiche, ai simulacri,
ai riti satanici, agli scongiuri. E a farne le spese persone ingenue e di scarsa
cultura ne più ne meno come accadeva allora.
Analogie anche nelle
superstizioni, il lupo mannaro, gli spettri, i fantasmi, le statue che piangono
o sudano sangue, tutte credenze condannate dalla chiesa moderna; ma non sempre,
molte accettate e spacciate per miracoli, come le visioni di santi, madonne,
ecc., visioni non meno rare nell'antichità ovviamente con i personaggi
scambiati per dei, le presunte guarigioni, anche queste affatto rare all'ora e
attribuite a questo o quella divinità, e persino statue piangenti.
Insomma nulla di nuovo nelle credenze e nelle superstizioni.