Superstizioni, scongiuri e pronostici

Superstizioni, scongiuri e pronostici sono sempre stati connaturati alla mentalità contadina, sensibilissima - com'è naturale - alle annate buone e alle annate cattive, all'andamento della salute e all'evolversi della vita in tutte le sue componenti fisiche e metafisiche. Specialmente nei tempi andati - ma ancora esistono sopravvivenze in sparsi ed esigui areali - le manifestazioni e i poteri magici di piante, animali e di determinati eventi di origine o di derivazione silvana signoreggiavano la cultura popolare con forza e intensità desuete.

I miti che vogliono gli alberi abitati da divinità o dalle anime dei defunti trovano riscontro nel fatto che l'abbattimento di un grande albero era vissuto dalla popolazione, nei tempi più remoti, con autentica angoscia; in molte zone della pianura emiliano-romagnola non si avevano dubbi sulla sensibilità al dolore degli appartenenti al mondo vegetale, e si diceva che alcuni grandi pioppi emettevano sospiri se accanto a loro si abbattevano altri alberi o se essi stessi erano percossi dal vento e dalla tempesta.

Intenso, quindi, il rapporto dell'uomo con il mondo vegetale che umanizzava, e col quale riteneva di dovere continuamente rapportarsi, subendone nel bene e nel male l'influenza.

Il melo selvatico, ad esempio, era una delle piante che le donne, il giorno del fidanzamento o del matrimonio, piantavano nell'orto di casa per trarre gli auspici sul futuro della loro nuova condizione; se la pianta fosse cresciuta rigogliosa, tutto sarebbe andato per il meglio, se invece la pianta fosse cresciuta stentata o addirittura fosse morta, sia il fidanzamento che il matrimonio sarebbero stati disastrosi. Nel Ferrarese le ragazze usavano coricarsi tenendo sotto il cuscino due ghiande appaiate sullo stesso gambo per conoscere le sembianze del marito: l'uomo che avrebbero sognato durante la notte sarebbe stato colui che le avrebbe condotte all'altare.

Nel Modenese la pianta vetusta del rosmarino era considerata incarnazione del capo famiglia, il quale non sarebbe sopravvissuto alla morte della pianta medesima.

Molte superstizioni erano collegate al rosmarino, che in Romagna era considerato incarnazione dei capo famiglia il quale non sarebbe sopravvissuto alla morte della pianta (da un album botanico della collezione Torricelli presso la Biblioteca Comunale di Faenza).

In Romagna, invece, si credeva che se una pianticella di rosmarino affidata al terreno avesse attecchito sarebbe morta la persona che l'aveva piantata: tuttavia l'interessato poteva sfuggire al funesto evento orinando sopra la pianta per tre mattine consecutive all'alba. D'altro canto una gentile leggenda del Bolognese prevedeva che i fiori del rosmarino fossero conservati sul cuore per essere amati.

Sempre in Romagna, era ritenuto nefasto il legaccio di vincastro delle fascine perché, dicevano gli anziani, esso fu maledetto per avere fatto quasi cadere l'asina che portò Maria e Gesù Bambino durante la fuga in Egitto.

Arbusto apotropaico per eccellenza (che serviva cioè ad allontanare ed a scongiurare gli influssi malefici) era il ginepro, che la sera della Vigilia di Natale nel Bolognese veniva gettato, dalla famiglia riunita, sul ceppo ardente nel camino per suscitare un fumo aromatico che avrebbe scacciato dalla casa e dai dintorni le serpi. Nel Modenese veniva tradizionalmente usato per accendere il fuoco del ceppo natalizio, e appeso alle travi delle stalle per tenere lontane le epidemie del bestiame; posto in casa, il ramoscello di ginepro portava fortuna attirando le benedizioni di Gesù e di Maria (vuole la tradizione che la Sacra Famiglia sia stata salvata da un cespuglio di ginepro durante la famigerata strage degli innocenti; proprio in quell'occasione, dopo la benedizione di Gesù, sulle bacche dell'arbusto provvidenziale apparvero delle piccole croci ancora oggi riscontrabili).

Una funzione fortemente apotropaica ebbe ed ha senz'altro anche l'ulivo benedetto nella Domenica delle Palme e conservato nelle case (oggi è coltivato solo in ristrettissime zone romagnole, ma un tempo era abbastanza diffuso pure nell'area emiliana). Nel Parmigiano e nel Bolognese (ma anche in altri areali) veniva gettato sul fuoco con apposite preghiere per scongiurare la grandine durante i temporali, e appaiono ancora nei campi del Reggiano e del Modenese il 3 di maggio - festa della Santa Croce - le crocette di legno intrecciate d'ulivo pasquale a protezione dei raccolti minacciati dalle tempeste o da altre calàmità.

In alcuni paesi del Reggiano i raccolti della nuova annata si propiziavano cenando con cibi che, come le castagne secche lessate, aumentavano il proprio volume cuocendo.

Una simpatica reminiscenza de magico mondo dei Celti è indubbiamente l'uso beneaugurale di dònare il vischio quercino per Capodanno; fino a non molto tempo addietro nelle campagne emiliane e romagnole gli innamorati si scambiavano un bacio propiziatorio il giorno di Natale sotto un ramoscello di vischio appeso all'architrave della porta di casa. E non era raro vedere il vischio sui tetti delle stalle e delle case coloniche per proteggerle dagli incendi e dai fulimini.

L'avorniello o maggiociondolo era invece utilizzato nel Forlivese per tenere lontano dalle abitazioni le formiche. Il significato beneaugurante dell'agrifoglio ci riconduce invece alle antiche celebrazioni pagane connesse al solstizio d'inverno, che cade il 22 dicembre e che preannunciava il trionfo del sole sul gelo e l'oscurità, nonché il prossimo rifiorire della terra. Piante sempreverdi come l'agrifoglio e l'abete simboleggiavano proprio tali avvenimenti, in una sorta di Natale pagano che era la celebrazione e il trionfo della "magia verde".

Anticamente i cinesi piantavano cipressi sulle tombe dei loro morti affidandogli il compito di rafforzarne l'anima di preservarne il corpo dalla corruzione; la credenza giunta fino a noi, e questi alberi ora adornano i vialetti dei nostri cimiteri.

Anticamente i cinesi piantavano cipressi sulle tombe dei loro morti affidandogli il compito di rafforzarne l'anima e di preservarne il corpo dalla corruzione: la credenza è giunta fino a noi e, perpetuandosi nell'inconscio, questi alberi ora adornano i vialetti dei nostri cimiteri.

Alberi maledetti vengono considerati ancora oggi i Emilia-Romagna l'albero di Giuda e il viburno; il primo perché la tradizione lo indica come l'albero al quale s'impiccò Giuda, il secondo perché si crede che i suoi rami servissero per legare Gesù alla croce. Per i bolognesi, comunque, l'albero di Giuda fu quello che fornì i legno per costruire la croce sulla quale morì il Redentore, anche se un'altra più diffusa tradizione attribuisce questo "onore" al pioppo tremulo, considerato perciò non maledetto ma portafortuna per eccellenza e "pianta sacra della cristianità"; i suoi ramoscelli venivano appesi accanto ad ogni porta per allontanare i pericoli di gravi malattie o di morte improvvisa, le sue foglie essicate e racchiuse in sacchetti servivano in tutta l'area emiliana come amuleti.

E a proposito di amuleti, ricordiamo che dall'antichità sino ai primi anni del nostro secolo infiniti erano quelli che si portavano appesi al collo: teste di serpi e rospi mazzetti di erbe, bulbi, radici, frutti (noci "segnate", castagne d'India), e che la ruta, il cui fiore s'apriva a forma di croce conferendogli - come scrive Piero Campores - il valore aggiunto di esorcismo "per figuram" - era usato, insieme all'iperico (cacciadiavoli), dalle mamme in funzione preservativa dei propri bambini (particolarmente se non ancora svezzati). Sembra che un amuleto etrusco in bronzo - esistente nel Museo Civico di Bologna - abbia una notevole somiglianza, nella forma e nel disegno, con un ramoscello di ruta.

Citiamo, fra le tante altre superstizioni, una vecchia e oramai scomparsa credenza modenese legata al nome dialettale del gelso: mòr, significa "moro", ma anche "muoio" o "muori"; perciò i contadini delle campagne modenesi (e reggiane) non volevano piantare gelsi vicino alle case perché temevano la loro funesta influenza su uomini e animali.

La propensione a comunicare con la natura è uno degli aspetti più suggestivi emergenti dagli antichi culti silvani e agricoli, trasmessa nel tempo e viva ancora nel secolo scorso. L'uomo parlava con le piante attribuendogli un'anima; quando un albero non dava frutti, il coltivatore minacciava di abbatterlo, lo percuoteva con una scure, e infine, tralasciava di "punirlo" esortando i suoi rami a fruttificare. Lo stesso trattamento riservava per la benefica ruta, ingiuriandola con ogni sorta d'insolenze affinché crescesse rigogliosa.

Terminiamo col menzionare alcune superstizioni e una tiritera propiziatoria reggiana concernenti animali; la tiritera riguarda il cuculo ed era recitata in primavera dalle ragazze mentre lavoravano nei campi:

"Cùch bel cùch, dala parùca in co,
sapium dir quant'an da ster a gò;
cùch bel cùch dala parùca bisa
sapium dir quant'an da ster a gò
prima che mè marida"

("Cuculo bel cuculo, dalla parrucca in testa,
sappimi dire quant'anni avrò d'aspettare;
cuculo bel cuculo dalla parrucca grigia
sappimi dire quant'anni avrò d'aspettare
prima che io mi sposi").

Per quanto riguarda il cuculo occorre citare anche la credenza che quando lo si udiva cantare per la prima volta in primavera, se si avevano soldi in tasca si avrebbero avuti per tutto l'anno.

Animale abbastanza fausto, quindi, il cuculo, come del resto la lucertola dalla coda bifida, che era ritenuta fonera di buona fortuna. Non altrettanto propizi erano il gufo e la civetta, il cui canto significava disgrazia, quando non preannunciava addirittura la morte.

Ma ritornando al legno, figlio del bosco e vincolato a tutte le credenze sulla forza vitale e propiziatrice dello spirito arboreo, concluderemo dicendo che esso ha avuto, ed ha ancora per molti, un suo specifico impiego talismanico. Come non ricordare l'usanza, a tutt'oggi abbastanza diffusa, di toccare legno anziché toccare ferro?

 

a cura di: Servizio paesaggio, parchi e patrimonio naturale, Ufficio Patrimonio naturale.Regione Emilia-Romagna

e-mail: prn_patnat@mail01.regione.emilia-romagna.it